Possiamo distinguere tre grandi categorie di maschere utilizzate durante
il carnevale a Venezia.
1. MASCHERE CLASSICHE:
- la bauta
- la servetta muta detta anche moretta (una maschera piccola scura
che si reggeva solo grazie a un bottone interno da stringere coi denti
caduta in disuso dopo 1760) e utilizzata molto dalle popolane o dalla
media borghesia.
- il medico della peste, che veniva indossata in casi di necessità pratica (epidemie di peste); il suo lungo naso conteneva una specie di filtro composto da sali ed erbe aromatiche disinfettanti: rosmarino, aglio, ginepro. Successivamente questa maschera acquistò, nel rituale del carnevale veneziano, un significato scaramantico ed esorcistico nei confronti di ogni malattia contagiosa.
- la maschera muta, o senza taglio
della bocca, che aveva la capacità di
deformare la voce e consisteva un mantello con cappuccio e la maschera
stessa
- la gnaga (maschera indossata dagli uomini per impersonare
figure femminili) consisteva in un uomo vestito da donna e che usava
una maschera da gatta imitandone il miagolare e con un gattino in un
cestello al braccio.
Queste maschere erano quasi dei comuni accessori
da indossare durante il carnevale o nella vita quotidiana
2. MASCHERE DI FANTASIA, per le feste nei palazzi durante il carnevale (es.
maschere antropomorfe, maschere a tutto volto, maschere piumate ecc...)
3. MASCHERE DELLA COMMEDIA DELL'ARTE: la finalità di queste
maschere era quella di rappresentare una figura predefinita: Arlecchino come servo intelligente, Pantalone come il vecchio ricco ma avaro,
Colombina che era la serva buona e moglie di arlecchino. Uscendo da
Venezia si incontrano maschere d'arte come Pulcinella che impersonava
l'istrione e a seconda di come poneva il cappello già identificava
uno stato d'animo. Ogni maschera della commedia dell’arte poi ha radici locali.
In tutto questo molti spesso si chiedono cosa continui rappresentare
la bauta.
Effettivamente non è una maschera che ricordi fattezze animali o abbia fini grotteschi, la bauta doveva nascondere così come un equivalente nel domino francese.
Due frasi significative:
la prima di Fulvio Roiter, uno dei maggiori fotografi del Carnevale
di Venezia di questi anni: "A carnevale, sono quello che non
sono..."
La seconda di A. Scarsella: " Non sei tu che ti
metti la maschera, ma è la maschera
a mettersi te..."