Nel '700 Venezia si trovava in una condizione
di debolezza politica. La repubblica veneta non giocava più quel
ruolo di grande potenza che aveva esercitato sul panorama mondiale, soprattuto
verso Oriente, nei secoli di maggiore splendore.
Uno degli aspetti più clamorosi di questa decadenza, di grande significato
simbolico, fu la progressiva perdita della “Signoria dell’Adriatico”, cioè la
fine della pretesa di controllare in modo esclusivo il traffico mercantile
e militare in quella zona del Mediterraneo. In quei decenni Trieste
ed Ancona contendevano a Venezia il primato di maggiore porto commerciale
dell’Adriatico
e soprattutto sfidavano la tenuta dei regolamenti Veneziani e l’applicazione
dei relativi dazi sulle merci.
Sicuramente la Venezia del 700 non aveva la forza politica e militare
dei secoli d’oro, ragion per cui, trovandosi stretta come in una morsa tra l’Austria e la Spagna, le due superpotenze dell’epoca, scelse la strategia della neutralità politica.
Militarmente arretrata e finanziariamente in crisi la Repubblica optò per questa strategia, garantendo così al proprio popolo un lungo periodo di pace che attraversò tutto il secolo XVIII, dal 1718 al 1797.
Il sentimento di decadenza era comunque diffuso nella
popolazione, soprattutto
perchè “i Veneziani del tempo [...] non
facevano ciò che avevano fatto
i loro avi” (Lane) e questo li spinse verso l’imitazione del passato, in
una ricerca quasi morbosa dei loro modelli ancestrali.
In questo clima nostalgico e malinconico si sviluppa quindi il settecento
Veneziano, che per contrappasso fu anche un secolo frivolo e mondano.
La miscela dei diversi elementi che caretterizzavano la società
veneziana (nostalgia del passato, frivolezza, fermenti culturali
ed artistici, una certa decanza morale e licenziosità)
generava un clima eccitante, fantastico, misterioso, che
si riversò collettivamente nel fenomeno del Carnevale.
Non va dimenticato che
nella rappresentazione collettiva Venezia rimaneva sempre la città degli
antichi splendori: infallibile nella saggezza del suo governo (il
Senato), fiera della sua libertà, indipendente sin dai
tempi dalla sua fondazione sull’isolotto di Rialto, estranea ai fermenti
rivoluzionari e alle angosce della nascente modernità.
Venezia infatti era sempre uguale a se stessa, apparentemente coesa,
solida, indistruttibile, oligarchica, immutabile.
Tutto ciò alimentava
il mito e la magia di una città surreale, sospesa nello spazio e
nel tempo.
Si può pensare
che furono gli stessi cittadini a coltivare questo mito, interessati
loro stessi a esaltare, imitare e perpetuare i modelli dei loro avi.
Soprattutto per questi motivi Venezia attirava un sempre crescente “turismo
aristocratico”. La città era inoltre una tappa fondamentale del
cosiddetto “Grand
Tour”, quel percorso formativo che i giovani letterati europei
come, tra gli altri, Gohete e Montesquieu dovevano obbligatoriamente
percorrere.
Culturalmente infatti la Venezia del sei-settecento
conobbe una stagione d’oro. Basti pensare ai ben 17 teatri, costruiti per una popolazione di soli
140.000 abitanti. In quegli anni le rappresentazioni erano molto seguite
e Venezia era considerata il maggiore centro operistico del mondo.
I suoi maestri furono grandi musicisti come Monteverdi, Cavalli e
Cesti.
Il settecento diede poi molto spazio alla commedia
con Carlo Goldoni che rivisitò la forma della “commedia
dell’arte”: una rappresentazione in cui le maschere servivano a far capire
al pubblico qual era il personaggio rappresentato: ad esempio Arlecchino
e Pantalone.
Questo tipo di maschere usate nei teatri erano però tutt’altra
cosa rispetto alle maschere indossate invece nella vita di tutti i
giorni durante il Carnevale, in particolare la Bauta.
Quest'ultima infatti doveva solamente nascondere l’identità di una
persona. Era più uno strumento che non il fine del travestimento.
Per questo motivo Bauta e Carnevale ottenero grande successo a
Venezia.
Perché attraverso
il mascheramento si poteva celare la propria identità e
quindi partecipare più facilmente al clima festoso e mondano
che regnava in quei tempi, come testimonia questo bellissimo racconto
tratto da un romanzo di Schnitzler:
... Scivolava con lei per stretti, misteriosi canali, fra palazzi
alla cui ombra si sentiva di nuovo a suo agio, sotto ponti arcuati
sui quali passavano in fretta figure indistinte; alcune salutavano
dalla balaustra per poi scomparire di nuovo, prima che si riuscisse
a scorgerle. Ora la gondola attraccava; scalini di marmo conducevano
alla sontuosa casa del senatore Bragadino; era l’unica ad essere illuminata
a festa; su e giù per
le scale correvano individui mascherati; - qualcuno si fermava,
curioso, ma chi poteva riconoscere Casanova e Marcolina dietro
le loro maschere? Entrò con lei nel salone. Qui era in corso un gioco in
grande stile. Tutti i senatori, anche Bragadino, erano riuniti
attorno al tavolo nei loro mantelli di porpora. Quando apparve
Casanova tutti mormorarono il suo nome come con sommo terrore,
poiché lo
avevano riconosciuto dal lampeggiare dei suoi occhi dietro la maschera.
[…] E vinse, vinse tutto l’oro che era
sul tavolo, […] e accanto,
in un salone rosso scuro, si faceva musica e si ballava... (da "Il ritorno di Casanova" di Arthur
Schnitzler)
La gente andava in giro mascherata, eccitata dalle possibilità che
l’anonimato
poteva fornire: non solo avventure amorose, ma anche fingersi un nobile
e scavalcare così stratificazioni sociali molto rigide, oppure per
un nobile mischiarsi nel popolo senza perdere la reputazione,
oppure ancora entrare nelle case da gioco (ridotti) senza essere
riconosciuti.
Maschere in un ridotto del '700 in un dipinto di Pietro Longhi.
Luoghi tipici di quei tempi erano i caffè, che aprirono
a decine soprattutto attorno a piazza San Marco (Florian 1720, Quadri
1775) diventando luoghi di incontro abituale e di discussione; i
ridotti, case da gioco di proprietà nobiliare,
in cui molti patrizi trascorrevano giornate e notti intere attorno
ai tavoli da gioco. Non solo si giocava d’azzardo ma si conversava,
si facevano spuntini e si beveva il caffè, meglio se mascherati.
Nel ridotto di San Moisè ad esempio c’erano
ben dieci sale riservate ai giocatori e altri salotti dedicati
invece all’intrattenimento.
Il carnevale quindi, fenomeno culturale presente in
molte società,
acquistava a Venezia un significato particolare e diverso. Rappresentava
qui la "scusa" per mascherarsi e poter partecipare
al clima festoso e mondano della città.
Ecco perchè a
Venezia il carnevale è arrivato a durare anche parecchi mesi.
La bauta poteva sorgere e aggirarsi
solo in questa città...
in questa particolare alchimia storico-culturale.
Mentre
altrove la maschera rappresentava un personaggio o uno stato
d’animo, a
Venezia serviva solo a nascondere.
E una maschera
progettata per questo scopo doveva essere inespressiva, anonima,
funzionale: così nacque
la bauta, la vera maschera di Venezia.